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ACQUISTI ONLINE E CONSEGNA DIRETTAMENTE NEL BAULE DELL’AUTOVETTURA: IL TEST DI ŠKODA

Skoda

Per molti acquirenti online la posizione dell’auto e il numero di targa potranno presto fungere da nuovo indirizzo di consegna. L’abbiamo letto per gli USA e la novità è già sbarcata in Europa: in collaborazione con Alza.cz e Rohlik.cz, Škoda Auto DigiLab ha sviluppato un sistema grazie al quale il corriere può posizionare il pacco direttamente nel bagagliaio dell’auto. La tecnologia richiesta per l’accesso remoto al veicolo è in fase di test, poichè la sicurezza è di essenziale importanza per questo: i dati sono criptati e il corriere ha l’obbligo di accedere al veicolo in un periodo ristretto di tempo, stabilito dal cliente.

In futuro, chiunque acquisterà online potrà far recapitare il pacco direttamente nel baule della propria Škoda. Per sfruttare questo metodo di consegna, il cliente deve dare prima acconsentire alla consegna tramite App per smartphone. Quando l’ordine viene confermato, il corriere può quindi vedere tramite GPS la posizione dell’auto. Sempre utilizzando l’App, al corriere è permesso un solo accesso sicuro al vano bagagli per un periodo di tempo limitato. Il corriere posiziona il pacco, richiude l’auto tramite l’app e al cliente viene notificata l’avvenuta consegna.

“Questo progetto pilota è un esempio concreto di come si potrà rendere la vita quotidiana più semplice e conveniente utilizzando la tecnologia allo stato dell’arte in futuro”, spiega Jarmila Plachá, Responsabile di Škoda Auto DigiLab. “Non vedo l’ora di sviluppare ulteriormente questo progetto con i nostri due partner”.

Škoda Auto DigiLab è il centro di sviluppo dei nuovi servizi di mobilità e tecnologia della Casa automobilistica boema. È parte integrante della scena internazionale delle start-up ed è alla continua ricerca di nuove collaborazioni con realtà emergenti provenienti nel settore IT, e al momento sta lavorando con start-up globali, imprese innovative, università e centri d’innovazione provenienti in tutto il mondo.

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AttualitàDal Mondo

QUANTO VALE IL M&A PER LE FINTECH INTERNAZIONALI? IL RECUPERO DELL’EUROPA

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È stato oresentato a Milano settimana scorsa il “Fintech M&As Study”, realizzato da Mind the Bridge in collaborazione con L’Atelier BNP-Paribas Americas. Basato sui dati del report “Tech Startup M&As: 2018” pubblicato da  Mind the Bridge insieme a Crunchbase, lo studio si concentra sulle M&A del mercato Fintech internazionale che oggi copre una vasta gamma di servizi e soluzioni, dal prestito al risparmio fino all’investimento personale e pubblico, l’equity e il banking personale.
Il Report mostra una crescita costante nel mercato del Fintech M&A negli ultimi 8 anni, con un picco registrato tra il 2015 e il 2016 in concomitanza del quale il numero dei deal è quasi raddoppiato e il valore totale cresciuto di 2.4 volte. Per il 2018 ci si aspetta di raggiungere circa 250 operazioni M&A per un valore di $9B, con un tasso di crescita del 25% rispetto al 2017.

“Senza dubbio il Fintech mostra di essere oggi l’industria più fiorente in termini di capitale raccolto dalle startup, avendo attratto $12 miliardi in equity, che equivale al 14% del capitale totale raccolto nel vecchio continente” ha commentato Alessandro Promutico, CEO L’Atelier BNP Paribas Americas. “Inoltre, è uno dei settori più in costante crescita a livello globale per numero di nuove startup registrate anno dopo anno. Questo Report mostra molto bene come il software stia disintermediando le attività bancarie tradizionali rivolte ai clienti, dai pagamenti al KYC-Know Your Customer, passando per la gestione patrimoniale e il credito al consumo. Evidenzia inoltre come gli attacchi al Banking provengano principalmente dal mondo IT e Software, nonché dal Retail e dalla consulenza”.

Il divario tra Europa e Stati Uniti rimane enorme ma l’Europa sta recuperando terreno. Le startup Fintech in Europa sono 350 e sono state in grado di raccogliere cumulativamente $5,1B. Negli Stati Uniti sono 600 e hanno raccolto $9.6B. Il divario era tre volte tanto solo tre anni fa.
“Guardando i modelli di crescita del capitale, abbiamo rilevato un ritardo di circa 2 anni tra Stati Uniti ed Europa nel settore Fintech” – ha commentato Marco Marinucci, CEO di Mind the Bridge.
L’Insurtech, altro settore decisamente fiorente, sembra relativamente nuovo se paragonato al Fintech.
“Sommando Europa e Stati Uniti le aziende Fintech sono 6 volte tanto rispetto alle Insurtech – ha aggiunto Marco Marinucci, CEO of Mind the Bridge – Le aziende Fintech hanno raccolto $5.8M per ogni milione raccolto da quelle Insurtech. In termini numerici, le M&A Insurtech registrano solo 147 deal contro gli 851 delle Fintech, anche se il settore sta diventando sempre più rilevante”.
La scena Fintech M&A è guidata, senza particolari sorprese, dagli Stati Uniti, con 559 Exit.Questo valore è 4 volte superiore a quello della seconda classificata, il Regno Unito, che domina la scena europea con 136 exit (46% del totale, dato che dovrebbe sollevare alcuni interrogativi sulle potenziali implicazioni di uno scenario Brexit). La Germania si colloca al terzo posto con sole 30 exit, segue in quarta posizione la Francia con 25, la Spagna è ottava con 13, l’Italia solo dodicesima con 8. Il fronte delle Acquisizioni mostra una classifica abbastanza simile.

Tra tutti i deal registrati, il verticale dei Pagamenti è quello che attira più acquirenti (17%) anche se sembra mostrare segni di rallentamento dopo 3 anni di crescita costante ed esponenziale; il Bankingsegue con il 7%, confermando la sua centralità con un tasso di crescita lineare e costante; il verticale del Crypto-Blockchain (che copre il 5% dei deal) sta letteralmente esplodendo (sebbene con le turbolenze di un settore ancora sottoposto a problemi di regolamentazione, truffe potenziali e complicazioni varie). Altre tecnologie di rilievo riguardano Gestione del Credito (4%), Crowdfunding, Fatturazione, Finanza Personale, Crowdsourcing, Asset Management (tutte al 3%), Piattaforme di Trading e PoS, Sicurezza (2% ciascuna), Prestito e Gestione del Rischio (1% ciascuna, con l’ultima categoria che si colloca a cavallo tra Fintech e Insurtech).
Gli acquirenti delle tecnologie Fintech provengono per la maggior parte dal settore Finance&Banking(56%) che oggi sono a rischio disruption e soffrono dell’erosione dei margini di guadagno. Il 18% proviene da aziende IT&Software, il 7% da Business Services&Consulting, il 4% da Consumer&Retails.

Ma che profilo ha la tipica azienda fintech che viene comprata? Al netto delle anomalie, al momento dell’acquisizione ha in media 105 dipendenti (è quindi un’azienda più grande della media registrata sugli altri verticali, che conta 50-100 dipendenti). Di solito ha 7,7 anni, un’età relativamente inferiore rispetto alle startup in generale più acquisite (in media 9 anni). Al momento della transazione ha raccolto mediamente $14,9 milioni di capitale. Il prezzo medio dell’acquisizione si aggira intorno ai $160,9 milioni, il che significa un moltiplicatore medio di 10 volte superiore rispetto al capitale investito.

“Quale è quindi il prezzo giusto? Questa è la domanda da un milione di dollari che le aziende si pongono al momento di un’acquisizione. E spesso chiedono a noi “, ha commentato Alberto Onetti, Chairman Mind the Bridge. “Ecco perché in questo Report abbiamo incluso una sessione di “Multiples and Metrics”. Le startup sono il più delle volte in una fase pre-revenue e, anche quando hanno fatturato, questo non è un indicatore utile perché la valutazione si basa quello che va fatto più che quello che è stato conseguito. Anche i dati sui finanziamenti ricevuti non aiutano a fare il prezzo perché non c’è correlazione tra capitale raccolto e performance di una azienda”.

Il Moltiplicatore medio nel Fintech è pari a 3.4 volte il fatturato (ultimo anno). Maggiori sono i ricavi, maggiore è il moltiplicatore. Le aziende con fatturato tra $50 e $200 milioni mostrano moltiplicatori più elevati (di 4 volte). Con valori oltre $200 milioni di ricavi, il moltiplicatore si riduce leggermente (3.3X). Al di sotto dei $50 milioni, il moltiplicatore dei ricavi si assesta in media intorno al 3 volte.
Il moltiplicatore del prezzo medio è pari a 3 volte il capitale raccolto. Le startup più piccole (fino ai $20M) hanno moltiplicatori relativamente più bassi (2.4 in media) mentre le aziende più grandi (tra i $20 e i $100M in capitale raccolto) vengono pagate di più (3.3X, in media).
Prezzo medio pagato per dipendente (prezzo pagato vs. numero dei dipendenti)
In media le aziende fintech sono pagate $0.8M per dipendente Questo indicatore è particolarmente utile per le cosiddette “acqui-hire”. Per le startup fino a 50 dipendenti, il prezzo pagato per persona è di $1.1M.

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NETCOMM E IAB ITALIA INSIEME. NASCE LA FEDERAZIONE DEL DIGITALE PER UN COMPARTO CHE VALE IL 3,7% DEL PIL

Liscia Noseda

Il mercato digitale in Italia vale il 3,7% del PIL: lo dichiara la neocostituita Federazione del Digitale, l’organismo fortemente voluto da Netcomm e IAB Italia e che si pone l’obiettivo di promuovere e sviluppare l’evoluzione digitale nel Paese, generando una crescita sostenibile ed etica a favore dei cittadini e delle imprese.

La costituzione della Federazione nasce dallo studio dell’industria digitale, un settore in continuo sviluppo sia in termini economici sia occupazionali. Secondo una recente ricerca congiunta IAB Italia e EY, in Italia il valore del digitale a perimetro ristretto, considerando cioè solo gli investimenti in attività del tutto digitali, ammonta a 65 miliardi di euro, in aumento dell’11,6% rispetto al 2017 e del 22% rispetto al 2016. In questo clima di forte crescita Netcomm, il Consorzio del commercio digitale italiano, e IAB Italia, il charter italiano dell’Interactive Advertising Bureau, hanno costituito la Federazione del Digitale con Roberto Liscia nel ruolo di Presidente e Carlo Noseda di Vice Presidente.

Nell’occasione della presentazione della Federazione a Milano, settimana scorsa. sono stati illustrati i risultati dell’impatto economico del digitale in Italia, nonché dell’evoluzione dell’occupazione e delle competenze professionali stimolate dalla trasformazione digitale in corso.

Il digitale in Italia è un settore che registra una crescita dell’11,6% anno su anno: eCommerce e online advertising sono i due comparti che contribuiscono maggiormente alla crescita, che genera un incremento anche nell’occupazione: il numero di lavoratori del settore è passato dai 253.000 del 2017 ai 285.000 del 2018 (+12,7% anno su anno).

Secondo la ricerca svolta da PageGroup, il mercato digitale degli ultimi anni ha offerto nuove opportunità professionali a migliaia di persone distribuite in settori differenti. In particolare, PMI e grandi gruppi multinazionali incrementano costantemente le assunzioni nell’advertising, settore che registra la maggiore crescita (61% del totale degli inserimenti digitali), seguito da eC

ommerce (21%) e brand (19%).

“La trasformazione digitale è un elemento chiave e imprescindibile per l’evoluzione delle imprese e della vita di tutti noi cittadini” dichiara Roberto Liscia, Presidente Federazione del Digitale. “La Federazione del Digitale nasce da una necessità reale di sostenere aziende e persone in questa evoluzione”.
“I nostri interlocutori saranno privati e istituzionali, italiani e internazionali” prosegue Carlo Noseda, Vice Presidente Federazione del Digitale. “Unire gli sforzi, per Netcomm e IAB Italia, è stato naturale: la Federazione del Digitale sarà l’hub del cambiamento per l’Italia e portavoce di nuovi valori”.

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TESLA SCEGLIE L’ECOMMERCE PER LA MODEL 3. ZENITH: RALLENTA LA PUBBLICITÀ NEL MONDO

Alla viglia del Salone di Ginevra, che si chiuderà domani sulle rive del lago omonimo, una notizia ha colpito il mercato: Elon Musk, il vulcanico sudafricano naturalizzato statinitense che guida tra eccesi verbali e magnifici scenari futuribili la Tesla, primo costrutture di vetture solo elettriche al mondo, ha annunciato lo smantellamento della rete di vendita dei concessionari faticosamente costruita: la Tesla Model 3 verrà commercializzata solo online,  allo scopo di abbassarne ulteriormente il prezzo.

Nell’attesa di vedere gli effetti di questa ennesima rivoluzione, che rappresenta un cambio di direzione assoluto, anche se ci sono stati i primi tentativi di ecommerce automiobilistico, con Amazon in testa nei paesi occidentali, diamo un’occhiata alla  spesa pubblicitaria della industry automotive, che crescerà dello 0,8% nel 2019, in calo rispetto all’1,5% del 2018. Questa, per lo meno, è la previsione di Zenith per l’Automotive Advertising Expenditure Forecasts: il 2019 sarà un anno difficile per il mercato dell’auto a causa delle continue tensioni negli scambi commerciali, in particolare tra Stati Uniti e Cina, e in vista della possibile introduzione di un’imposta sull’importazione delle auto negli Stati Uniti che metterà in difficoltà i produttori per la fornitura di materie prime e componenti. Una ripresa dell’investimento è prevista per il 2020 con una crescita del 2,0%, trainata dalle Olimpiadi estive di Tokyo e dal campionato Europeo di Calcio, due eventi che forniranno importanti opportunità di visibilità per l’advertising automobilistica.

La pubblicità del settore automobilistico non segue quindi i ritmi di crescita del mercato pubblicitario globale, che si attesta intorno al 4% annuo. Le nuove tecnologie e le esigenze dei consumatori in continua evoluzione, rappresentano una sfida importante per l’industria automobilistica. L’adozione di carburanti green, di nuove tecnologie, di nuove modalità di possesso dell’auto e l’utilizzo di nuove strategie digitali per raggiungere acquirenti online, saranno tutti elementi capaci di sbloccare più velocemente la crescita nei prossimi anni.

Zenith ha condotto il primo studio sull’advertising nel settore automobilistico in quattordici mercati chiave presenti in tutto il mondo1, seguendo lo schema degli Advertising Expenditure Forecasts che pubblica da oltre 30 anni. La spesa pubblicitaria nel settore automobilistico nei mercati di riferimento della ricerca ha totalizzato 35,5 miliardi di dollari US nel 2018.
Gli Stati Uniti sono il mercato automobilistico più grande, con 18 miliardi di dollari US spesi in pubblicità nel 2018; quasi tre volte più della Cina, che è il secondo mercato più grande, con 6,3 miliardi di dollari US. Mentre però negli Stati Uniti nel settore dell’automobile la spesa pubblicitaria dei brand è in costante declino dal 2012, con un calo del 12%;,nello stesso periodo in Cina la spesa è cresciuta del 47%. Il mercato che registra la crescita più rapida è tuttavia quello indiano, dove Zenith prevede un aumento dell’adspend nel settore auto di un 12% annuo fino al 2020.

La televisione è il mezzo dominante ma Internet sta crescendo rapidamente
Più del 50% di tutta la spesa pubblicitaria automobilistica è destinata alla televisione, il 54,9% nel 2018, un dato ben al di sopra della media globale considerando tutte le categorie (32,9%).
Se è vero che la televisione rimane il miglior canale in termini di trasmissione emozionale delle immagini per questo settore, la diminuzione delle audience della TV lineare nella maggior parte dei paesi sviluppati ha prodotto un incremento del costo per raggiungere le audience rimanenti, spingendo le aziende a diversificare gli investimenti e puntare sull’online. Zenith prevede quindi che la quota televisiva della spesa pubblicitaria nel mercato automotive diminuirà dal 54,9% nel 2018 al 54,4% nel 2019 e toccherà il 53,1% nel 2020.

Le aziende automobilistiche stanno spostando molto del proprio budget pubblicitario verso l’advertising online, scegliendo principalmente il video con gli stessi contenuti trasmessi in televisione. Rispetto al resto del mercato il comparto automotive arriva però in ritardo, spendendo su internet il 20,9% del proprio budget rispetto alla media del 40,6% del totale mercato globale.
Ciò è probabilmente legato al fatto che la vendita dei veicoli è quasi esclusivamente finalizzata in modalità offline. L’online risulta però fondamentale nel momento della valutazione e comparazione per l’acquisto di un’auto; diventa quindi importante per le aziende automobilistiche presidiare anche la comunicazione online in modo da raggiungere il proprio target durante l’intero costumer journey. Si prevede che la quota di investimenti dedicata alla pubblicità su Internet aumenterà, raggiungendo il 24,4% entro il 2020.

Andando ad analizzare gli altri mezzi, ad eccezione della stampa, che continua a risentire del calo delle diffusioni, nel comparto automotive radio, cinema e OOH manterranno o aumenteranno la quota di advertising tra il 2018 e il 2020. La radio, in particolar modo, è il mezzo su cui il comparto investe una quota maggiore rispetto al totale delle categorie a livello globale: un 7,2% rispetto ad un 6,0%.

I brand automobilistici affrontano sfide di comunicazione uniche.
Le aziende del settore automotive, come quelle delle altre categorie, stanno affrontando la stessa pressione al cambiamento del modello di comunicazione, ma allo stesso tempo anche sfide esclusive. Tra queste la rapida crescita della domanda per i modelli SUV, che ha comportato un incremento della concorrenza tra le case automobilistiche e una maggiore necessità di studiare strategie di comunicazione più efficaci valutando il ritorno sull’investimento non solo per mezzo, ma anche per modello. Nel frattempo, gli interventi governativi e le richieste dei consumatori stanno spingendo i brand ad investire in green technology e a creare strategie di comunicazione capaci di trasmettere i nuovi valori ad un pubblico sempre più incline al cambiamento. L’utilizzo dei dati a disposizione, relativi alle problematiche ambientali e all’adozione delle tecnologie più innovative, sarà di grande aiuto alle aziende per targetizzare in modo più efficace i potenziali acquirenti green.

Le nuove modalità di possesso e di utilizzo delle auto pongono i brand davanti alla sfida della conquista dei profili più giovani che, viste le numerose alternative a disposizione, potrebbero decidere di rimandare l’acquisto di una vettura di proprietà per diverso tempo. La partecipazione a eventi e attività affini al mondo dei giovani e l’offerta di servizi di proprietà flessibili, potranno favorire la costruzione di relazioni forti con i giovani consumatori che, in futuro, ripagheranno l’azienda scegliendola per l’acquisto di un’auto di proprietà.

Sebbene vetture completamente autonome non saranno a disposizione in tempi brevi, i consumatori più attenti stanno scegliendo auto con soluzioni semi-autonome e con tecnologie sempre più digitali. Per conquistare il target più esperto, quindi, i brand dovranno comunicare enfatizzando i sistemi tecnologicamente avanzati presenti nelle vetture e stringere partnership con aziende tech capaci di rendere la guida più sicura, facile e piacevole.
“Questa nuova ricerca mostra come la pubblicità del mercato automotive presenti delle peculiarità rispetto al mercato globale, con sfide uniche nella costruzione delle strategie di comunicazione” ha commentato Jonathan Barnard, Head of Forecasting e Director of Global Intelligence in Zenith. “Il mondo dell’automotive è in ritardo rispetto al mercato globale nell’adozione dell’online advertising, anche se i budget investiti nel digital stanno aumentando sempre più rapidamente”.

“La pubblicità di massa è fondamentale per mantenere la brand consideration” ha concluso Ben Lukawski, Global Head of Strategy in Zenith. “Ma la personalizzazione del messaggio, possibile grazie allo studio dei dati relativi ai comportamenti dei consumatori, è fondamentale per raggiungere il target nei momenti decisivi del costumer journey, in cui è più sensibile ed aperto all’ascolto”.

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AttualitàDal Mondo

ZALANDO ENTRA CON IL BEAUTY IN CINQUE NUOVI MERCATI. SI AMPLIA LA COLLABORAZIONE CON ESTÉE LAUDER

Entro i prossimi due mesi, Zalando allargherà la propria presenza nei settori beauty e fashion in Svezia, Danimarca, Francia, Belgio e Italia. Infatti, facendo seguito al successo del lancio del comparto beauty in Germania, Austria e Polonia l’anno scorso, i clienti di Svezia e Danimarca posso già effettuare i loro acquisti su Zalando a partire da questa settimana, quelli i Fracia e Belgio seguiranno alla fine di Marzo, mentre i consumatori italiani sono attesi per metà Aprile.

Zalando infatti prosegue la collaborazione in essere con le società del gruppo The Estée Lauder, per mettere a disposizione dei propri clienti un numero crescente di brand, a cominciare da Aramis, Bumble and bumble, Darphin, GLAMGLOW, Smashbox, e Bobbi Brown in Germania, mentre gli altri mercati avranno offerte customizzate, a misura delle differenti esigenze.

“Con il beauty vogliamo mettere la nostra customer base, sempre più ampia, in condizione di fare le proprie scelte di stile secondo i trend più attuali, incluse le marche coreane e quelle science-driven”, spiega Pamela Wade-Lehmann, Head of Beauty at Zalando SE. “Il mercato rivela che tre clienti su cinque acquistano articoli moda intanto che fanno shopping di bellezza: è un fatto innegabile che queste offerte procedano appaiate, mano nella mano”.

La prima category di beauty di Zalando è stata quella in Germania, lanciata a marzo dell’anno scorso, cui hanno fatto seguito – a fine anno – le attività omologhe in Polonia e in Austria. Nel frattempo, la Zalando Beauty Station a Berlin Mitte ha continuato a proporre un assortimento curato di prodotti di bellezza, offrendo esperienze tangibili ai clienti e rappresentando un’emozionante piattaforma di test per i nuovi lanci.

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SHARE NOW DIVENTA IL PRIMO OPERATORE DI CAR SHARING FREE-FLOATING

Si chiama Share Now il nuovo operatore di car sharing free-floating che unisce car2go e DriveNow sotto un unico cappello. La fusione dei due servizi rende Share Now leader globale nel campo del car sharing a flusso libero. Una flotta di oltre 20.000 veicoli dei brand BMW, Mercedes-Benz, smart e Mini è disponibile in 30 città d’Europa e Nord America. Oltre 4 milioni di clienti possono già usufruire di questa flotta congiunta: fin da ora, infatti, i veicoli dei due fornitori vengono visualizzati su entrambe le app. Olivier Reppert, già Amministratore Delegato di car2go, dirigerà la società di car sharing congiunta. Share Now fa parte dei cinque servizi di mobilità nati dalla joint venture tra BMW Group e Daimler AG.

“La vision di Share Now è chiara: sviluppare una mobilità sostenibile per e con le città, riducendo traffico ed emissioni”, dichiara Reppert. Un veicolo in sharing, infatti, sostituisce fino a otto auto private: “Il nostro servizio di car sharing migliora la qualità della vita nelle città, proprio perché offre un’alternativa economicamente efficiente e flessibile al possesso dell’auto. E siamo solo all’inizio. Grazie all’unione delle esperienze e delle risorse dei due potenti servizi di car sharing originari, con Share Now saremo in grado di sviluppare maggiormente la nostra crescita, convincendo sempre più persone ad adottare la nostra soluzione flessibile per muoversi nelle città”, commenta Reppert.

Componente centrale della strategia futura dell’azienda è la mobilità elettrica. Con quattro città completamente elettriche e altre 13 location con flotte parzialmente elettriche, Share Now è già ora il più grande fornitore di car sharing free floating elettrico. I 3.200 veicoli elettrici hanno già percorso un totale di circa 120 milioni di chilometri.

Grazie all’unione dei due servizi in Share Now, i clienti possono da subito usufruire dell’accesso semplificato ad una flotta congiunta: tramite la app di car2go o di DriveNow, gli utenti possono, infatti, vedere i veicoli di entrambi gli operatori. “A Milano, ad esempio, i clienti potranno trovare 1.440 BMW, Mini e smart sia nell’app car2go che nell’app DriveNow. In questo modo, sarà da subito tangibile la maggior disponibilità di veicoli e potremo offrire una più ampia selezione di modelli in diverse città” dichiara Reppert. Inoltre, chi è iscritto ad uno solo dei due servizi di car sharing potrà registrarsi gratuitamente al servizio che ancora non possiede. Nel lungo periodo, l’obiettivo è quello di creare un servizio completamente integrato in un’unica app di car sharing. Nei prossimi mesi, invece, i veicoli riporteranno entrambi i marchi, ovvero car2go o DriveNow insieme a Share Now. Dopo questo periodo di transizione, solamente il nuovo brand sarà utilizzato per tutti i veicoli.

 

 

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L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE AL CENTRO DELLE STRATEGIE DI MARKETING PER AUMENTARE LA PERSONALIZZAZIONE

Flat design vector illustration. E-commerce, shopping & delivery

L’Intelligenza Artificiale è sempre più al centro delle strategie di Marketing delle aziende con l’obiettivo di aumentare la personalizzazione delle campagne e di far crescere la fiducia e l’engagement dei consumatori.È quanto emerge dalla quinta edizione dello State of Marketing Report, uno studio realizzato da Salesforce attraverso una ricerca condotta a livello globale su più di 4.100 leader del mondo del marketing.

L’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale da parte dei dipartimenti marketing ha raggiunto un tasso di crescita del 44% dal 2017; tuttavia con il miglioramento delle modalità di personalizzazione, solo il 30% si dichiara completamente soddisfatto della propria capacità di bilanciare quest’ultimo aspetto con la privacy. Tre i trend emergenti su si articola il lavoro di Salesforce.

1. Il Marketing è al centro della customer experience connessa
Le aspettative dei clienti hanno ormai raggiunto picchi storici, di conseguenza la missione degli esperti di marketing è sempre più quella di dover soddisfare le richieste dei consumatori. Pertanto, non c’è da stupirsi se più della metà (54%) degli high-performing marketer (coloro che si dichiarano del tutto soddisfatti delle proprie performance di marketing e dei risultati degli investimenti) afferma che la propria azienda sta portando avanti progetti di business legati alla customer experience.

2. Più sono le fonti da cui provengono i dati dei clienti, maggiori sono i rischi connessi
all’identità
I marketer si affidano all’abbondanza di fonti di dati per capire meglio le preferenze dei consumatori. Tutte le informazioni, dalla percentuale di apertura delle email alle attività sul web, fino ad arrivare alla demografia, aiutano i team del marketing a delineare profili precisi dei propri consumatori. Tuttavia gran parte di questi dati vengono immagazzinati in tecnologie inaccessibili e spesso difficili da unificare.

3. L’AI migliora il marketing personalizzato e alimenta la fiducia
La personalizzazione è la chiave per raggiungere tutti gli obiettivi di marketing, incluse le attività di brand building, lead generation e acquisizione di nuovi clienti. L’Intelligenza Artificiale permette ai marketer di identificare meglio i clienti e coinvolgerli con le giuste informazioni attraverso tutti i canali, ciò significa che è alla base di una buona strategia di marketing. Allo stesso tempo, chi opera nel marketing sta tenendo sempre più in considerazione la fiducia e la privacy dei consumatori poiché c’è sempre più la consapevolezza che da queste dipende il successo delle strategie messe in atto.

4. Le nuove strategie di marketing puntano al customer engagement in tempo reale
Il customer engagement in tempo reale rappresenta una priorità nel mondo del marketing, nonché la sfida più ambiziosa. I marketer sanno che qualsiasi comunicazione di marketing dovrà essere costruita sulla base dell’ultima interazione con il cliente, il che significa che le campagne utilizzate dovranno essere dinamiche. Tuttavia, far emergere il next-best marketing message più efficace a prescindere dal canale che si utilizza è più facile a dirsi che a farsi.

“Stiamo vivendo una fase in cui le aspettative dei clienti stanno raggiungendo vette sempre più
elevate, di conseguenza la missione degli esperti di marketing diventa più impegnativa e
soprattutto strategica per il business delle aziende”, commenta Andrea Buffoni, Regional
Sales Director di Salesforce Marketing Cloud. “In Salesforce crediamo che la
personalizzazione e l’uso mirato dell’Intelligenza Artificiale possano guidare i marketer a
identificare meglio i clienti coinvolgendoli con le giuste informazioni attraverso tutti i canali,
sempre nel pieno rispetto della loro privacy”.

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ROBERTO LISCIA RIELETTO ALLA PRESIDENZA DI NETCOMM PER IL PROSSIMO TRIENNIO

Roberto Liscia è stato rieletto Presidente di Netcomm, il Consorzio del commercio digitale italiano da lui fondato nel 2005. Così ha deciso l’Assemblea dei soci tenutasi nei giorni scorsi, che ha confermato la carica di Roberto Liscia e i nomi dei consiglieri. Nuovo ingresso nel board è Gianluca Borsotti, fondatore e SEO di Mister Worker.

Nel prossimo triennio Roberto Liscia proseguirà il percorso di innovazione e crescita del Consorzio, con il suo sguardo rivolto al mercato italiano e internazionale. Una crescita che si riflette anche nei numeri, come conferma lo stesso Presidente, già Executive Board Member di Ecommerce Europe: “Negli ultimi quattro anni il numero di associati e di aziende che espongono sul proprio sito il sigillo Netcomm è raddoppiato, passando da 189 a 385. Una crescita possibile grazie ai numerosi progetti realizzati da Netcomm, quali tavoli di lavoro, eventi e attività formative rivolte alle aziende impegnate nella trasformazione digitale”.

Una trasformazione che interessa tutti i settori (dal commercio digitale al settore bancario, fino al sistema della salute) e che Netcomm presiede con particolare attenzione in tutte le sue attività: “Il prossimo appuntamento è con il Netcomm Forum (29-30 maggio), l’evento di riferimento in Italia sui temi dell’e-commerce, del digital retail e dell’evoluzione delle imprese stimolata dal nuovo scenario digitale, capace di coinvolgere nel solo 2018 oltre 15.000 partecipanti, 189 espositori e 100 workshop” conclude Liscia.

L’impegno di Netcomm va oltre i confini nazionali, in qualità di interlocutore qualificato all’interno di Ecommerce Europe, Associazione Europea del Commercio Elettronico co-fondata da Netcomm che riunisce le Associazioni Nazionali europee con l’obiettivo di promuovere e sviluppare una regolamentazione sul digitale a favore dello sviluppo e della competitività delle imprese e del Paese.

Di seguito i componenti del Consiglio di Amministrazione: Roberto Liscia (Presidente Netcomm e Executive Board Member di Ecommerce Europe); Francesca Benati (Senior Vice President Online Travel Agencies Western Europe, Middle East and Africa & Managing Director Italy at Amadeus); Fabio Bonfà (Regional Manager Southern Europe and LATAM at Vente-Privee); Lucio Carli (Amministratore e Titolare di Fratelli Carli Spa); Benedetto Lavino (AD e Managing Director di Bottega Verde Srl); Edoardo Loewenthal (Amministratore Delegato di 6Sicuro.it); Eugenio Trombetta Panigadi (Consigliere Delegato Ibs); Gianluca Borsotti (Fondatore e CEO di Mister Worker).

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INTELLIGENZA ARTIFICIALE E LAVORO: L’AUTOMAZIONE È UN’OPPORTUNITÀ PIÙ CHE UNA MINACCIA

intelligenza-artificiale

Il mercato dell’Artificial Intelligence è agli albori in Italia, con una spesa per lo sviluppo di algoritmi di intelligenza artificiale di appena 85 milioni di euro nel 2018, ma dalle grandi prospettive; al mercato dei progetti vanno affiancati infatti gli assistenti vocali intelligenti (appena introdotti eppure già capaci di generare nel 2018 un mercato di 60 milioni di Euro, e che in futuro potranno veicolare nuovi servizi e applicazioni) nonché i robot autonomi collaborativi usati in ambito industriale, il cui mercato valeva nel 2017 già oltre 145 milioni di euro.

Attualmente solo il 12% delle imprese ha portato a regime almeno un progetto di intelligenza artificiale, mentre quasi una su due non si e ancora mossa ma sta per farlo l’ e in fase di implementazione, il 31% ha in corso dei progetti pilota, il 21% ha stanziato del budget). Tra chi ha già realizzato un progetto, ben il 68% è soddisfatto dei risultati e le più diffuse sono quelle di Virtual Assistant/Chatbot. Le imprese italiane però hanno una visione ancora confusa delle opportunità dell’Artificial Intelligence: la maggioranza, il 58%, la associa a una tecnologia capace di replicare completamente la mente umana (un concetto che ha poco a che fare con i risvolti pratici della disciplina), il 35% a tecniche come il Machine Learning, il 31% ai soli assistenti virtuali, mentre solo il 14 ha compreso che l’AI mira a replicare specifiche capacità tipiche dell’essere umano (la visione prevalente nella comunità scientifica).

Questi sono alcuni risultati della ricerca dell’Osservatorio Artificial Intelligence della School of Management del Politecnico di Milano, presentata il 19 febbraio al convegno “Artificial Intelligence: on your marks!”. Rimangono molti gli interrogativi sull’impatto dell’Artificial Intelligence sul lavoro: se da un lato il 33% delle aziende intervistate dichiara di aver dovuto assumere nuove figure professionali qualificate per realizzare soluzioni di AI, dall’altro il 27% ha dovuto ricollocare personale dopo l’introduzione di una soluzione di AI. L’indagine puntuale sul bilancio occupazionale in Italia rivela come l’Artificial Intelligence sia da considerarsi più come un’opportunità che una minaccia: 3,6 milioni di posti di lavoro equivalenti potranno essere sostituiti nei prossimi 15 anni dalle macchine, ma nello stesso periodo a causa della riduzione dell’offerta di lavoro (principalmente per questioni demografiche, ipotizzando continuità sui saldi migratori) e l’incremento di domanda si stima un deficit di circa 4,7 milioni di posti di lavoro nel Paese, da cui emerge un disavanzo positivo di circa 1,1 milioni di posti. In questo scenario (peraltro globalmente diffuso) di progressiva riduzione della forza lavoro, l’AI appare non solo come una opportunità, ma come una necessità per mantenere gli attuali livelli di benessere economico e sociale, riducendo i costi assistenziali necessari a mantenere gli standard di vita, creando nuovi lavori a maggiore valore, per avvicinarsi all’1,5 di tasso medio annuo di crescita della produttività che sarebbe necessario, nei prossimi 15 anni, per mantenere invariato l’attuale equilibrio socioeconomico del sistema assistenziale-previdenziale del nostro Paese.

“La ricerca evidenzia un mercato dinamico ma ancora agli albori, caratterizzato da una scarsa consapevolezza da parte delle imprese delle opportunità dell’Artificial Intelligence”, affermano Nicola Gatti, Giovanni Miragliotta e Alessandro Piva, Direttori dell’Osservatorio Artificial Intelligence. “Tutti gli attori del mercato devono prendere posto ai blocchi di partenza per una trasformazione di cui non si conoscono ancora appieno le regole e la durata, ma di cui si comprendono già l’enorme portata e le implicazioni”.

La consapevolezza delle imprese
Il 58% delle imprese del campione associa l’AI all’emulazione della mente umana, un terzo (35%) a un gruppo di tecniche come il Machine Learning, solo il 14% al lo sviluppo di sistemi dotati di capacità tipiche dell’essere umano. Poco meno di un terzo associa in modo esplicito l’Artificial Intelligence ad uno dei suoi principali campi di applicazione, dimostrando una conoscenza circoscritta del fenomeno. Tra questi, la maggioranza identifica con AI il concetto di assistenti virtuali (31%), poi la capacità di formulazione (12%) e comprensione (9%) del testo, le auto a guida autonoma (9%) e l’estrazione di informazioni dalle immagini ). Infine, solo il 7 ha colto che l’AI e un bersaglio mobile, ovvero come evolva il concetto di “intelligenza” ogniqualvolta vengano conseguiti dei successi dalla comunità scientifica in un ambito specifico.

Eppure, il 48% delle imprese pensa di conoscere in modo adeguato l’Artificial Intelligence, il 47% in modo superficiale, e solo il 5% dichiara un livello di conoscenza nullo. Le modalità con cui sono entrate a conoscenza delle possibilità dell’AI sono infatti le più disparate: passaparola con colleghi (32%), testimonianze di altre aziende (29%), networking (28%), richieste dal mercato di riferimento (22%) e risalto mediatico (21%).

Le soluzioni in Italia
L’Artificial Intelligence è una sfida in cui in Italia ancora pochi si sono già cimentati: solo il 12% delle aziende intervistate ha un progetto a regime, l’ e in fase di implementazione, mentre il 31 ha in corso dei progetti pilota e il 21 ha invece stanziato del budget per concretizzare un’idea progettuale. Il 19% ha un interesse futuro, non ancora concreto, e il 9% non ha alcun interesse.
A seconda del livello di diffusione e d’introduzione prevista raggiunti, e possibile identificare come “emergenti” – con buona diffusione attuale ed ulteriore adozione futura prevista – le soluzioni di Language Processing, Demand Forecast, Predictive Maintenance, Image Processing, Fraud Detection, Recommendation e infine Virtual Assistant/Chatbot, che spicca in entrambe le dimensioni. Sono “mature” – buona diffusione, ma con un’adozione prevista inferiore – le soluzioni di Intelligent RPA e Pattern Discovery. Sono ancora “incognite” le soluzioni di Churn Prediction, Dynamic Pricing, Autonomous Robot, Intelligent Object, Content Design e Autonomous Vehicle.
Tra chi ha già in corso progetti di AI, il 50% delle aziende ha come obiettivo prefissato il miglioramento dell’efficienza dei processi, ovvero la riduzione dei costi, il 37% l’aumento dei ricavi ed il 13% lo sviluppo di soluzioni per un supporto decisionale. Solo il 4% dei progetti non ha raggiunto gli obiettivi, mentre il 68% dichiara che le iniziative hanno raggiunto l’esito sperato e, di queste, la metà lo definisce “di grande successo” o “disruptive”. Il rimanente 2 non e invece ancora in grado di dare un giudizio.

Lo scenario estero
Anche a livello internazionale, Intelligent Data Processing e Virtual Assistant/Chatbot sono le soluzioni più diffuse, mentre il settore più attivo è il Finance. Dalla rilevazione dell’Osservatorio a livello internazionale sono emersi 618 casi di applicazione dell’AI nel mondo, tra cui spiccano per diffusione progetti di Intelligent Data Processing (34%) e Virtual Assistant/Chatbot (22%), mentre i meno diffusi sono Image Processing (11%), Recommendation (9%), Language Processing (8%), Autonomous Vehicle (7%), Autonomous Robot (6%) e Intelligent Object (3%). Rispetto allo scorso anno emerge un maggiore interesse verso le soluzioni di Language Processing che beneficiano del miglioramento delle performance di interpretazione del linguaggio naturale. Per livello di maturità, gli ambiti più consolidati sono Intelligent Object (con il 47% di progetti a regime o in implementazione), Virtual Assistant/Chatbot (44%) e Intelligent Data Processing (41%), i meno maturi Autonomous Vehicle e Autonomous Robot, rispettivamente con l’ 9 e l’ delle iniziative in fase di idea progettuale o pilota.

Il comparto più attivo è il Banking con il 24% di applicazioni, seguito da Energy, Resources & Utility (13%), Automotive (10%) e Retail (9%). “Con percentuali inferiori si trova un gran numero di altri settori, a testimonianza dell’alta pervasività dell’innovazione portata dall’Artificial Intelligence, che ben si adatta a qualsiasi contesto”, conferma Nicola Gatti, Direttore dell’Osservatorio Artificial Intelligence. “Proprio perché l’AI si sta preparando a generare un grande impatto sulla società, sono molti i Paesi che hanno già sviluppato o stanno sviluppando dei programmi nazionali finalizzati a competere con successo in questo mercato, tra cui Francia e Germania”. Anche nelle aree in cui la tecnologia sia matura, comunque, rimane però aperto il problema di coordinare e gestire lo sviluppo di un progetto di AI a causa della sua complessità.

L’impatto dell’AI sul lavoro Il 33% delle aziende intervistate ha avuto necessità di assumere nuove figure professionali per implementare soluzioni di AI, mentre un ulteriore 39% lo ha fatto senza modifiche di organico. Al tempo stesso, il 27% ha avuto la necessità di ricollocare del personale a seguito dell’introduzione di una soluzione di AI, un dato questo che conferma gli interrogativi su quali siano i volumi di ricollocamento sostenibili da parte delle imprese e, più in generale, del sistema Paese. Per questo motivo, l’Osservatorio ha indagato in dettaglio quale potrebbe essere il bilancio occupazionale in Italia, combinando dati da fonti e ricerche pubbliche con quelli direttamente rilevati di adozione delle imprese. La popolazione attiva in Italia oggi è di 23,3 milioni di lavoratori (Istat), di fronte a 12,3 milioni di pensionati, con circa 300.000 posti di lavoro che non trovano adeguata offerta e un tasso medio di disoccupazione di poco inferiore al 11%. Nei prossimi 15 anni si passerà a circa 21,9 milioni di lavoratori e 14,5 milioni di pensionati, con un saldo netto di -1,4 milioni di lavoratori e un peggioramento dell’indice di dipendenza dall’attuale 56 ad oltre il 70%. Il saldo demografico, a pari livello di popolazione attiva occupata, infatti, porterà nel giro di 15 anni a perdere circa 2,9 milioni di lavoratori, oltre il 10% dell’attuale forza lavoro, parzialmente attenuato da 1,5 milioni di nuovi occupati recuperabili dal saldo migratorio; i pensionati potrebbero aumentare di quasi 2 milioni di unità. Nel contempo si può stimare un incremento della domanda di lavoro di circa 3,3 milioni di posti di lavoro equivalenti, soprattutto per l’aumento dei consumi e delle aspettative di qualità della vita e il maggior carico assistenziale per una popolazione progressivamente invecchiata.

Estrapolando i dati di automazione potenziale delle attività svolte nelle varie categorie di professioni ed incrociando questi dati con la distribuzione della popolazione lavorativa e con la diffusione di applicazioni di AI nelle imprese italiane, si può stimare che nello stesso periodo l’equivalente di 3,6 milioni di persone potrà essere automatizzato: un dato che ribilancia il gap atteso tra domanda e offerta, e lascia comunque un disavanzo di 1,1 milioni di posti di lavoro da colmare con una riduzione del tasso di disoccupazione, riconversione e formazione della forza lavoro. Anche considerando l’impatto sull’equilibrio del sistema previdenziale dell’automazione, bisogna prima considerare che – nell’ipotesi di mantenere l’attuale sistema – il numero di contributori attivi dovrà aumentare di 4,2 milioni di persone equivalenti nei prossimi 15 anni: un numero velleitario alla luce della diminuzione della quota di popolazione in età lavorativa.

“In questo scenario, il potenziale recupero di produttività promesso dall’AI, e più in generale dalla nuova automazione, non è da vedere come una minaccia, ma anzi una necessità, prima ancora che un’opportunità, se si vogliono mantenere gli attuali livelli di benessere economico e sociale”, sottolinea Giovanni Miragliotta, Direttore dell’Osservatorio Artificial Intelligence. “Va però trovato un nuovo equilibrio complessivo. Nei prossimi anni sarà necessario pensare ad una revisione del sistema contributivo, considerando che il lavoro non sarà più la principale fonte di creazione della ricchezza. E sarà necessario rivedere i sistemi di misura della ricchezza, arrivando forse a includere nuove grandezze come l’esistenza di meccanismi di formazione permanente, di protezione e sicurezza sociale, nonché la circolarità dell’economia”.

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AttualitàDal Mondo

LASTMINUTE.COM ANNUNCIA LA PRIMA PARTNERSHIP PANEUROPEA DEI VIAGGI ONLINE CON AMAZON PAY

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lastminute.com, la pionieristica agenzia di viaggi online attiva da oltre 20 anni, annuncia una partnership con Amazon Pay, diventando così la prima agenzia paneuropea di viaggi online a rendere disponibile il servizio di pagamento targato Amazon per gli acquisti di voli, volo+hotel e hotel per tutti i suoi brand (lastminute.com, Volagratis, Rumbo e weg.de) nei principali mercati europei.

Con questa collaborazione, lastminute.com si propone di rendere l’organizzazione del viaggio un’esperienza sempre più piacevole e all’avanguardia: la partnership con Amazon Pay offrirà infatti ai clienti di lastminute.com il modo più sicuro e affidabile per effettuare i pagamenti. La collaborazione con Amazon Pay permetterà a 40 milioni di utenti di fare i loro acquisti, ovunque siano, utilizzano le credenziali già salvate nei loro account Amazon.

Particolare attenzione è stata posta sull’ottimizzazione per i dispositivi mobili: poiché oltre il 50% del traffico di lastminute.com proviene da smartphone, diventa più che mai fondamentale consentire ai clienti di effettuare transazioni veloci e senza intoppi, da qualunque dispositivo.

lastminute.com, che ha appena celebrato il suo 20° anniversario, con questa nuova partnership coglie l’opportunità di raggiungere ancora più clienti in tutto il mondo, potendo ora contare su oltre 300 milioni di conti Amazon attivi a livello globale, a cui si aggiungono i 33 milioni che utilizzano Amazon Pay.

“Siamo molto entusiasti di essere i primi nel settore dei viaggi in Europa a collaborare con Amazon Pay”, commenta Sergio Signoretti, Chief Financial Officer di lastminute.com. “Continuare a proporre soluzioni di pagamento sempre più semplici e innovative è parte integrante della nostra strategia, con l’obiettivo di rendere la fase di checkout sempre più efficace e sicura per i nostri clienti. In questo nuovo capitolo della nostra storia, ci auguriamo di continuare a rafforzare il rapporto con Amazon Pay ed espandere l’offerta in tutti i nostri mercati globali, per rendere i viaggi più sicuri ed efficienti che mai”.

“Siamo entusiasti di lavorare con lastminute.com per offrire ai clienti di Italia, Regno Unito, Francia, Germania e Spagna la possibilità di trovare e prenotare l’esperienza che desiderano il più velocemente e facilmente possibile, qualunque sia il dispositivo che utilizzano”, aggiunge Giulio Montemagno, Direttore di Amazon Pay EU che continua: “il servizio permette ai clienti lastminute.com di usufruire di un’esperienza di acquisto personalizzata, affidabile e familiare, assicurando una maggiore sicurezza e convenienza”.

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