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BPOST E ZALANDO TESTANO LA TECNOLOGIA SMART DOOR PER CONSEGNE E RITIRI IN-HOME

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Nell’autunno 2018 bpost e Zalando hanno lanciato un test in Belgio per analizzare il potenziale delle consegne e dei ritiri in-home. Il test aveva l’obiettivo di capire come i consumatori interagiscono e rispondono a questo servizio innovativo, che prevede la consegna dei prodotti in casa, tramite consegna del corriere, in loro assenza.

Smart doorlock e smart doorbell

Nella prima fase del test, che ha coinvolto 750 consumatori online, il 50% ha affermato di sentirsi a proprio agio con questa tipologia di servizio. Quelli che hanno mostrato di essere più aperti nei confronti di questa novità, sono coloro che già ricevono frequentemente presso la loro abitazione prodotti ordinati online.

Nella seconda fase, negli appartamenti sono stati installati degli smart doorlock e degli smart doorbell (serrature e campanelli connessi) grazie ai quali, da remoto, i clienti hanno potuto aprire la porta della propria abitazione e dare accesso all’addetto per effettuare la consegna o il reso di un prodotto ordinato su Zalando.

L’importante risultato ottenuto nella seconda fase è che il 90% dei clienti ha affermato di voler continuare a utilizzare questa tecnologia e che una volta installato l’hardware e provato il servizio, ogni dubbio o preoccupazione sono scomparsi in favore dei benefici ottenuti e della comodità riscontrata.

“Ogni cliente ha la sue necessità e preferenze”, spiega Patrick Leysen, Vice President Future Lab di bpost. “Per adattare i nostri prodotti e servizi a questi bisogni abbiamo sviluppato e testato questa soluzione innovativa insieme a partner di lunga data come Zalando, con cui condividiamo gli stessi obiettivi: rendere la vita dei clienti il più semplice possibile.”

“La cultura del test è nel DNA di Zalando. Innoviamo e ripensiamo continuamente i nostri servizi per offrire ai nostri clienti sempre più flessibilità e varietà. Le consegne in-home potrebbero rappresentare un’interessante novità nel nostro portfolio di servizi. La tecnologia apre una serie di opportunità, ma al tempo stesso vediamo che i consumatori hanno bisogno di essere informati sul servizio ed è per questo che insieme a bpost vogliamo instaurare un dialogo costruttivo con i nostri clienti”, aggiunge Jan Bartels, Vice President Customer Fulfilment and Logistics di Zalando.

Come funziona

Il sistema funziona in modo molto semplice. Al suo arrivo, il corriere bpost suona lo “smart doorbell” che è direttamente collegato allo smartphone del cliente, il quale lo identifica e apre la porta da remoto. A seguire, il corriere lascia il pacco ed esce. Dato che la consegna può essere seguita in streaming, il cliente può monitorare tutto ciò che avviene nella sua abitazione e interagire con l’addetto se necessario. Il cliente può sempre decidere di non aprire la porta se non dovesse sentirsi a suo agio, per qualsiasi ragione. L’obiettivo è quello di offrire massimo controllo e trasparenza durante l’intero processo.

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NUOVO STUDIO NUTANIX: IL COMPARTO RETAIL OTTIMISTA SULL’ADOZIONE DEL CLOUD IBRIDO

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Nutanix, azienda tra i leader nell’enterprise cloud computing, ha reso noti i risultati focalizzati sul mercato retail della ricerca Enterprise Cloud Index Report, realizzata valutando i piani specifici di adozione di cloud privati, ibridi e pubblici da parte dei retailer.

Secondo il report, i carichi di lavoro aziendali si stanno spostando rapidamente dall’infrastruttura data center tradizionale, passando dall’attuale 41% a solo il 18% in due anni, a fronte di un maggior utilizzo del cloud. Il retail è il secondo settore con la maggior penetrazione di adozione del cloud pari al 21%, e il 93% degli intervistati vede il cloud come il modello IT ideale, superando la media globale di altri settori.

Oggi il consumatore si aspetta un’esperienza di acquisto omnicanale integrata in negozio, online e attraverso nuove modalità come gli acquisti mobile, in-app o tramite smart TV. Allo stesso tempo, i retailer devono raccogliere, analizzare e proteggere i dati. Questa pressante esigenza di essere un passo avanti rispetto alle aspettative dei clienti sta più che mai spingendo i retailer verso l’implementazione di procedure IT innovative il più rapidamente possibile.

Non sorprende dunque che stiano adottando il cloud pubblico più rapidamente delle loro controparti in altri settori, e che il loro controllo sulla spesa relativo cloud pubblico sia migliore. A fronte di un mercato caratterizzato dalla stagionalità e da picchi di traffico che impattano i carichi di lavoro durante l’anno, i retailer hanno l’esperienza necessaria per adattarli al cloud pubblico in base alla domanda. Oggi, l’utilizzo del cloud pubblico nel settore retail è del 15% rispetto a una media globale del 12%; e tale utilizzo è destinato a crescere fino al 22% nel corso dei prossimi due anni, superando la media globale con un margine ancora più ampio del 7%. Tuttavia, la percentuale superiore alla media di retailer che afferma che il cloud ibrido è il modello IT ideale (93%) indica che il cloud pubblico non è una panacea per il settore retail.

Nutanix ha commissionato a Vanson Bourne un sondaggio tra oltre 2.300 responsabili delle decisioni in ambito IT, inclusi 329 retailer in tutto il mondo, per capire dove eseguono le loro applicazioni, dove prevedono di eseguirle in futuro, quali sono le sfide cloud che devono affrontare e come le loro iniziative cloud si integrano con altre priorità e progetti IT. L’indagine ha incluso aziende di diversi settori, dimensioni e aree geografiche nelle Americhe, Europa, Medio Oriente, Africa (EMEA) e regioni dell’Asia-Pacifico e del Giappone (APJ).

La previsione ottimistica sull’adozione del cloud ibrido a livello globale e nei diversi settori rispecchia un panorama IT sempre più automatizzato e sufficientemente flessibile da consentire alle aziende di scegliere se acquistare, creare o noleggiare le risorse per la propria infrastruttura IT in base ai requisiti delle applicazioni. Il poter scegliere il cloud più adatto per ogni applicazione è risultato più spesso il principale beneficio per i retailer nell’utilizzo del cloud ibrido (18%) seguito dall’utilizzo “on the fly” del cloud per supportare periodi con alti carichi di traffico. Data la stagionalità del business e le diverse esigenze di consumo dell’IT e della rete nel corso dell’anno, i retailer sono consapevoli della necessità di mantenere flessibile l’IT.

Altri risultati significativi del report includono:

I retailer controllano meglio la spesa cloud.
Uno dei motivi che spingono verso l’adozione di cloud ibridi è l’esigenza delle aziende di avere un maggior controllo sulla spesa IT: il 35% delle organizzazioni che utilizza il cloud pubblico dichiara di aver speso troppo rispetto al budget messo a disposizione per i servizi. Le aziende retail, probabilmente grazie alla loro esperienza, riescono a gestire meglio le spese legate al cloud pubblico. Circa il 69% degli intervistati del settore retail ha dichiarato che la spesa è stata inferiore o in linea con il budget e solo il 29% ha dichiarato di averlo superato.

Le competenze e la sicurezza in ambito IT sono ostacoli nell’adozione del cloud ibrido.
Globalmente, oltre la metà degli intervistati ha dichiarato che la sicurezza/conformità dei dati, le prestazioni, la gestione e il TCO sono fattori critici nel decidere dove posizionare i carichi di lavoro applicativi. Sebbene l’88% degli intervistati si aspetti un impatto positivo del cloud ibrido sul proprio business, per i retailer la mancanza di competenze – in particolare nell’ambito dell’intelligenza artificiale e del machine learning – è il secondo fattore frenante. Rispetto ad altri settori, i retailer riservano particolare attenzione ai costi, con circa il 20% che cita questo aspetto come il principale criterio di valutazione.

“Rispetto ad altri settori, i retailer sono molto più consapevoli di come la strategia e l’execution IT impattino l’esperienza del cliente e il risultato finale. L’elevata adozione e la crescita pianificata del cloud ibrido nel settore retail mostra quanto i retailer abbiano compreso che il cloud ibrido sia la soluzione migliore per stare al passo con le richieste dei clienti e, al contempo, per mantenere in linea flessibilità, sicurezza e costi”, ha commentato Chris Kozup, senior vice president of Global Marketing di Nutanix. “Mi auguro che il settore retail continui ad essere un’eccellenza in termini di innovazione IT, creando nuove strategie per offrire ai propri clienti esperienze sempre nuove”.

Scarica qui il report “Nutanix Enterprise Cloud Index 2018”.

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IL REPORT DI CRITEO DELINEA I TREND IN ARRIVO PER IL DIGITAL MARKETING NELL’ANNO 2019

Criteo Commerce & Digital Marketing Outlook 2019

Criteo ha pubblicato il report Commerce & Digital Marketing Outlook 2019, nel quale ha rivelato i  trend che avranno un impatto significativo nel settore del Digital Marketing per l’anno in corso.

Mentre nel 2018 il Digital e Commerce Marketing ha confermato il suo trend di crescita, nonostante  cambiamenti quali la nuova regolamentazione dei dati e l’evoluzione continua delle preferenze dei consumatori sui diversi canali di acquisto, il 2019 sarà caratterizzato da altrettanti importanti trasformazioni, riassunte da Criteo in sette tendenze chiave, che avranno un grande impatto sul settore.

1. La nuova legislazione GDPR guiderà la protezione dei dati a livello globale
Dall’introduzione del GDPR in Europa nel maggio 2018, molti leader di settore, enti commerciali e legislatori sono oggi favorevoli all’istituzione di leggi sulla privacy negli Stati Uniti e in altri paesi. I marketer si trovano a dover gestire in modo sempre più attento i dati dei propri clienti e a spiegare loro come vengono utilizzati. Questa nuova attenzione all’uso dei dati porterà a una maggiore fiducia dei consumatori nel digital marketing.

2. I walled garden saranno sottoposti a controlli più severi
A seguito di una serie di casi sulla violazione dei dati, i giganti della tecnologia sono stati sottoposti a maggiori controlli riguardo a come condividono e proteggono i dati degli utenti. Nel 2019 si prevede che Facebook, Google e Amazon introdurranno nuove policy sulla condivisione dei dati e sulla privacy dell’utente. Questo permetterà di istituire controlli ancora più severi sui dati degli utenti e le informazioni che condividono con gli advertiser.

3. Cresceranno gli investimenti in annunci video, anche su app
I marketer investiranno di più in pubblicità sui video, migliorando la visualizzazione degli annunci su siti di alta qualità attraverso canali di programmatic advertising e utilizzeranno i Private Marketplace (PMP) per accedere a inventory di maggiore qualità. Sugli smartphone, la visualizzazione di contenuti video avviene per lo più tramite app. Questo significa che le app concorreranno all’incremento dell’investimento pubblicitario per il formato video nel 2019.

4. Brand e retailer si uniranno per sfruttare al meglio i dati omnicanale
Brand e retailer svilupperanno le loro competenze omnicanale attraverso la collaborazione e la condivisione dei dati. Per i brand, le informazioni sui consumatori sono fondamentali per le strategie di investimento, quindi la collaborazione con altri retailer potrà aiutarli ad accedere ai dati per l’identificazione corretta dei consumatori su larga scala, evitando così la dipendenza dai giganti tecnologici.

5. L’IA sarà protagonista del Digital Marketing
L’anno scorso, molte società di Digital Marketing hanno annunciato investimenti in intelligenza artificiale (IA) per sviluppare soluzioni che offrono maggiore personalizzazione e user engagement tramite il machine learning. L’IA consentirà ai marketer di capire meglio i consumatori e offrire loro messaggi personalizzati e di maggior rilevanza, generando un incremento del budget pubblicitario per i canali online.
Quest’anno emergeranno aziende che offriranno soluzioni di digital advertising basate su AI e sistemi per ridurre la pubblicità fraudolenta.

6. Le digital AD operation passeranno dalle agenzie allo sviluppo in-house
Soluzioni in cloud e di IA consentiranno ai brand di portare in-house le operazioni di investimento in digital media. Accelereranno inoltre l’attenzione e gli sviluppi relativi alla regolamentazione dei dati dei consumatori, poiché brand e retailer vogliono avere un maggior controllo sui dati degli utenti e il proprio uso. La realizzazione interna delle campagne garantirà un risparmio significativo dei costi e tempi di consegna più rapidi.

7. L’uso della tecnologia vocale e visiva avrà un grande impatto nel Digital Marketing
I brand e i retailer che ottimizzeranno i propri siti web con la ricerca vocale e visiva (sensory) riusciranno ad entrare in contatto con gli acquirenti alla ricerca di informazioni istantanee anche in movimento. Inoltre genereranno interazioni più efficaci con i consumatori.

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Dal MondoFocus

IL GRUPPO POLACCO LPP LANCIA SU SCALA GLOBALE IL SISTEMA RFID. CON CHECKPOINT SYSTEM

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Checkpoint Systems amplia la sua collaborazione con il gruppo di negozi di abbigliamento polacco LPP, con il lancio su larga scala del programma di identificazione a radio frequenza (RFID) per migliorare la disponibilità delle merci, l’efficienza operativa e l’esperienza dei clienti. Il programma sarà applicato a tutta la supply chain, alla piattaforma di eCommerce e agli oltre 1.700 punti vendita in 23 paesi. Con oltre 200 milioni di articoli venduti ogni anno, LPP ha creato la più grande società produttrice e di vendita di abbigliamento dell’Europa centrale e dell’Est. L’azienda polacca era alla ricerca di una soluzione per ottimizzare l’efficienza operativa di tutta la società, migliorando nel contempo la gestione del magazzino per i suoi cinque brand di alta moda: Reserved, Cropp, House, Mohito and Sinsay. Checkpoint fornisce già la tecnologia Electronic Article Surveillance (EAS) a LPP e il nuovo programma RFID @Source consentirà agli articoli di arrivare in negozio pronti per essere riposti sugli scaffali, di ridurre il tempo impiegato dai dipendenti per il controllo delle consegne e di aumentare l’accuratezza dell’inventario. Checkpoint pertanto dimostra la capacità di offrire contemporaneamente la tecnologia EAS e RFID e così di poter soddisfare pienamente le esigenze del retailer polacco. Si prevede inoltre che l’introduzione della tecnologia RFID aumenterà la redditività grazie alla maggiore efficienza, con stime che indicano un aumento delle vendite del 3%. Oltre a trasformare la visibilità e la disponibilità dei prodotti in negozio, migliorerà anche l’identificazione dei singoli articoli nella supply chain. Inoltre, la tecnologia consente a LPP di individuare facilmente i prodotti più venduti e le tendenze strategiche nei singoli punti vendita, il che significa che sarà in grado di adattare l’inventario in base alle esigenze dei singoli negozi e dei loro clienti in modo più accurato.

 

Checkpoint in collaborazione con i fornitori di LPP lavorerà per garantire che tutti i tag RFID, Soft and Hard tag, siano applicati all’origine durante la produzione degli indumenti. Inoltre, per migliorare ulteriormente il processo di distribuzione, il retailer ha installato dei tunnel RFID nei suoi centri di distribuzione che permettono di controllare attentamente le merci in entrata e in uscita, garantendo che gli articoli richiesti vengano spediti al negozio corretto. Infine, il flusso di merci e la politica del riutilizzo delle hard tag RFID di Checkpoint consentono a LPP una produzione responsabile, in quanto tutti i tag sono utilizzati nuovamente all’interno della supply chain. Infatti, gli hard tag recuperati vengono restituiti al Centro di Riparazione Total Quality Management di Checkpoint prima di passare al centro di distribuzione di LPP o ai fornitori per essere applicati all’origine. La merce etichettata, a questo punto può essere spedita ai negozi LPP pronta per essere venduta.

 

“Siamo lieti di sostenere la visione di LPP di diventare l’azienda leader della moda in Europa – ha commentato John Dargan, Presidente della Checkpoint Systems -. L’implementazione della tecnologia RFID consentirà a LPP di migliorare notevolmente l’efficienza operativa e l’esperienza complessiva del cliente. Abbiamo collaborato con LPP per molti anni e siamo immensamente felici di essere stati scelti per sostenere la loro crescita in questo periodo e non vediamo l’ora di supportare la loro continua espansione”.

 

“L’implementazione della tecnologia RFID rappresenta un punto cruciale per la nostra attività. Siamo la prima società in Polonia e una delle prime al mondo che ha deciso di implementarla. La tecnologia RFID ci consentirà di offrire ai nostri clienti soluzioni su misura e ci garantirà un valido supporto nella gestione del prodotto in tutte le fasi, a partire dalla fabbrica, passando per il centro di distribuzione fino ai negozi. È una sfida che vogliamo affrontare in modo efficace poiché siamo convinti che l’RFID sarà la tecnologia del futuro. Il processo non è semplice in quanto richiede enormi cambiamenti organizzativi, tuttavia riteniamo che per questa tecnologia valga veramente la pena”, afferma Jacek Kujawa, vicepresidente di LPP.

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Dal MondoMobile

MASI INAUGURA IL SUO PROFILO SU WECHAT CINA, RAGGIUNGENDO OLTRE UN MILIARDO DI UTENTI

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Masi, all’avanguardia tra le cantine italiane, è ora anche su WeChat, l’applicazione di messaggistica sviluppata dalla società cinese Tencent, la più diffusa in Asia, che propone al suo interno un mix di diversi servizi, già presenti nelle occidentali WhatsApp, Facebook, Instagram, Skype e molto altro.

L’azienda vitivinicola di “Mr. Amarone”, inaugura così, con l’inizio del 2019, un suo profilo in cinese per potenziare la Brand Awareness e consolidare la presenza nel mercato asiatico, che presidia da più di 20 anni.

L’account ufficiale su WeChat, oltre a rappresentare un’importante vetrina internazionale, garantisce la veridicità e l’immediatezza delle notizie offrendo contenuti ricchi di informazioni e approfondimenti per il target cinese. L’obiettivo è quello di creare una “Masi Wine Community” per interagire direttamente con wine lovers e consumatori cinesi, oltre a essere anche strumento di straordinarie potenzialità per lo sviluppo del marchio sul mercato asiatico di grande sviluppo.

“Al momento, la Cina è il quinto importatore di vino al mondo in termini di volume, il quarto in termini di valore e il consumo pro-capite è in costante aumento. L’Italia ha saputo progressivamente incrementare la propria presenza sul mercato, è ben lontana, però, dall’avere quella posizione di leadership che le spetterebbe. Il vino italiano ha bisogno di presentarsi in modo unitario e di comunicarsi, come hanno fatto i francesi creando una forte immagine di eccellenza che gli assicura oggi un primato invidiabile”, commenta Sandro Boscaini, Presidente di Masi. “Da molti anni Masi lavora in Cina con partner di alto profilo ed esperienza; abbiamo capito da subito che avere una strategia ben architettata è di vitale importanza: raccontare in prima persona il vino e il suo territorio e mettere in condizione i consumatori cinesi di conoscerne peculiarità, stile e fascino. Per questo è fondamentale analizzare il mercato e parlare al consumatore nella sua stessa lingua”.

Masi è stata infatti tra i primi brand italiani, e il primo produttore di Amarone, ad approdare in Cina, dove vanta un posizionamento stabile con vini Premium, tra i quali spiccano Costasera Amarone e il Campofiorin, soprattutto nelle principali città come Pechino, Shanghai, Hong Kong, Shenzhen. Da più di 15 anni il suo partener stabile è ASC Fine Wine, società di consolidata esperienza, che rappresenta alcuni tra i più famosi brand internazionali di vino di qualità.

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LA CRESCITA ESPONENZIALE DEL “WARDROBING”: MINACCIA PER IL MERCATO DELL’ABBIGLIAMENTO

I resi totali nel settore retail hanno raggiunto i 642,6 miliardi di dollari l’anno, un cifra enorme. Ma mentre molti di questi resi sono spesso da attribuire alla qualità del prodotto, alla taglia sbagliata o semplicemente ad un ripensamento del consumatore, esiste una tendenza crescente, quella del “wardrobing“, (ossia acquistare un articolo, utilizzarlo e poi restituirlo) che sta velocemente diventando una delle maggiori sfide per i retailer.

Checkpoint Systems, uno dei leader mondiali nella fornitura di soluzioni “from source to shopper“, annuncia il lancio europeo della nuova generazione di soluzioni R-Turn Tag, sviluppata proprio per consentire di ridurre il numero di resi fraudolenti.

Il “wardrobing” è diventato una delle principali criticità per i retailer – online e offline – della moda, in quanto la categoria degli acquirenti compulsivi, spesso caratterizzata da un debole potere d’acquisto, è solita andare alla ricerca di un cambio di look addirittura ogni settimana. Due terzi (64,5%) dei retailer ha dichiarato di essersi imbattuto, infatti, in clienti che hanno utilizzato il prodotto solo una volta per poi restituirlo e chiederne il rimborso, con addirittura molti “wardrober” stagionali che restituiscono anche 20 prodotti all’anno. Questa cifra aumenta quanto più il cliente è certo che il negozio non rifiuterà la merce.

È importante per i retailer avvalersi di una politica di restituzione rigida ma che non allontani i clienti. A questo scopo opera R-Turn Tag, una semplice etichetta, che si può personalizzare, da applicare agli articoli quando vengono venduti. L’etichetta rimane applicata fino al momento in cui il cliente non indossa la merce, rimuovendola quindi una volta giunto a casa: il meccanismo di chiusura di cui è composta si rompe manualmente con poche semplici torsioni, senza l’uso di utensili.

“I retailer sono stati vittime di resi fraudolenti per molti anni”, commenta Irene Fernandez, Product Management Europea di Checkpoint Systems, “e solo ultimamente le aziende stanno realizzando a quanto ammonti il costo reale di tale fenomeno. Fondamentale pertanto è introdurre nuove pratiche che limitino la possibilità per gli utenti disonesti di acquistare un prodotto, indossarlo e poi restituirlo. R-Turn Tag è la risposta tecnologica più evoluta a questa criticità e sta già consentendo ai retailer europei di fare passi da gigante nell’affrontare il fenomeno del “wardrobing‘”.

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UN’OPPORTUNITÀ DA 300 MILIARDI. L’ARTIFICIAL INTELLIGENCE PER I RETAILER SECONDO CAPGEMINI

Il nuovo studio del Capgemini Research Institute mostra il valore che l’IA può generare per i retailer e delinea un percorso da seguire per ottenere una crescita tangibile. Capgemini ritiene che i retailer che riescono a portare su ampia scala ed espandere la portata delle implementazioni che utilizzano attualmente l’IA potranno cogliere un’opportunità dal valore superiore ai 300 miliardi di dollari. Tuttavia il processo non è semplice, infatti il report evidenzia che solamente l’1% degli use case dei retailer ha raggiunto oggi questo livello di implementazione.

Lo studio, intitolato “Retail superstars: How unleashing AI across functions offers a multi-billion dollar opportunity”, ha intervistato 400 retailer a livello mondiale che stanno implementando use case in ambito IA con diversi stadi di maturità (il 23% del mercato retail globale in termini di ricavi). Lo studio comprende inoltre un’ampia analisi dei dati pubblici appartenenti ai 250 maggiori retailer del mondo, in termini di fatturato.

Confrontando questi dati con quelli del 2017, si ottengono una serie di informazioni che non solo mostrano quanto l’intelligenza artificiale abbia un impatto concreto in termini di rendimenti, ma anche quanto valore questa tecnologia può offrire ai retailer che iniziano a dare priorità a implementazioni meno complesse e diversificate.

Più di un quarto (28%) dei retailer utilizza oggi l’IA: lo studio ha rilevato un incremento significativo di implementazioni in ambito IA rispetto al 2017 (17%) e un aumento di 7 volte rispetto al 2016 (4%).

L’IA alimenta la creazione di alcuni posti di lavoro, con perdite finora trascurabili: Il 71% dei retailer afferma che, attualmente, l’utilizzo dell’AI porta alla creazione di nuovi posti di lavoro, con oltre i due terzi (68%) delle nuove posizioni lavorative che hanno un livello piuttosto elevato (di coordinamento o superiore). Al contempo, il 75% ha dichiarato che, finora, l’AI non ha inciso sui posti di lavoro all’interno della propria azienda, mentre i partecipanti al sondaggio che hanno affermato di aver ridotto il numero dei dipendenti hanno indicato un numero pari o inferiore a 25 unità.

Attualmente i retailer concordano sull’impatto potenziale che l’IA ha sia sulle relazioni con i clienti sia sulle vendite: nonostante il calo delle aspettative rispetto al 2017, tuttavia lo studio rileva che il 98% degli intervistati che utilizza l’IA all’interno delle funzioni rivolte ai clienti si aspetta di assistere a un calo dei reclami fino al 15%, mentre il 99% si aspetta che l’IA porti a un aumento delle vendite fino al 15%.  In entrambi i tipi di business case, nessun intervistato ha affermato di non riuscire a quantificare i benefici apportati dall’IA.

Per calcolare le chiare opportunità di crescita futura, come ad esempio i benefici attesi e la fattibilità dell’implementazione, il Capgemini Research Institute ha analizzato 43 casi d’uso in ambito IA, evidenziando che risparmi futuri per miliardi di dollari sono attualmente alla portata di una piccola minoranza di aziende retail. Secondo il report, in futuro i retailer potranno risparmiare oltre 300 miliardi di dollari portando su vasta scala le implementazioni di IA lungo l’intera supply chain, ma al momento solo l’1% degli intervistati ha dimostrato di utilizzare tale tecnologia su più siti o su larga scala.

Si evicce anche una mancanza di focus su implementazioni semplici e incentrate sul cliente: questa mancanza di scalabilità è probabilmente dovuta al fatto che i retailer si concentrano su progetti più complessi e con rendimenti più elevati. I rivenditori che stanno implementando l’IA hanno 8 volte più probabilità di lavorare su progetti ad alta complessità rispetto ai progetti cosiddetti “quick win” che sono più facili da portare su ampia scala.

Inoltre solo il 26% dei casi d’uso dell’IA riguarda l’area operation, sebbene questi siano tra i più redditizi in termini di ritorno dei costi. I retailer sono però più realistici in merito al proprio livello di preparazione all’IA, poiché quando nel 2018 sono emerse nuove realtà nel campo dell’intelligenza artificiale, le aziende hanno iniziato ad avere delle aspettative più veritiere sul loro grado di preparazione su questa tecnologia. Tradotto in numeri, questo significa che la percentuale di quelli che sostengono di avere le competenze necessarie per implementare l’IA è attualmente scesa al 53%, rispetto al 78% del 2017.

Implementazione e scalabilità saranno il prossimi grandi obiettivi, conclude il Report, ma i retailer dovrebbero porre attenzione a non concentrarsi esclusivamente sul ROI, perdendo di vista la customer experience. “La nostra ricerca mostra un chiaro squilibrio in termini di implementazione dell’IA, tra le organizzazioni che danno priorità a costi, dati e ROI e un ristretto numero di imprese che prende in considerazione anche i punti critici per il cliente”, ha commentato Alessandro Kowaschutz, Head of Practices, Capgemini Business Unit Italy. “Questi due fattori devono avere la stessa importanza se si vuole raggiungere una crescita a lungo termine tramite l’IA, con tutti i vantaggi che essa comporta”.

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“GLOBAL SHOPPER STUDY”: DUE TERZI DEGLI ADDETTI ALLA VENDITA VORREBBERO DISPORRE DI UN TABLET

Zebra Technologies Corporation ha annunciato i risultati dell’11° edizione annuale del “Global Shopper Study” focalizzato sull’analisi delle attitudini, delle opinioni e delle aspettative dei consumatori, degli assistenti alle vendite e dei decision-maker in ambito retail. Sono stati coinvolti 4,725 consumatori, 1,225 responsabili di negozio e 430 decision-maker in Nord America, America Latina, Asia-Pacifico, Europa e Medio Oriente.

I risultati dimostrano come i due terzi (66%) degli assistenti alle vendite intervistati creda che, se equipaggiato con un tablet, potrebbe offrire un miglior servizio al cliente e ottimizzarne l’esperienza d’acquisto.

Il 55% degli assistenti alle vendite intervistati afferma che la propria azienda è a corto di personale nei propri punti vendita e quasi uno su due – il 49% – dice di essere troppo sovraccaricato. Gli addetti alle vendite citano stress e frustrazione rispetto all’incapacità sistematica di non assistere in modo appropriato il cliente ed il 42% sente di avere troppo poco tempo a disposizione per aiutare il cliente avendo molti altri compiti da compiere. Un altro 28% sostiene che sia molto difficile acquisire le informazioni corrette per supportare il cliente. La maggior parte dei decision-maker in ambito retail (83%) e dei responsabili di negozio (74%) sono d’accordo sul fatto che i consumatori potrebbero godere di una migliore esperienza di acquisto se gli addetti alle vendite fossero equipaggiati con la necessaria tecnologia.

Allo stesso tempo, solo il 13% dei consumatori intervistati dice di fidarsi ciecamente dei negozianti per quanto riguarda la protezione dei propri dati personali, il livello di fiducia più basso comparato ad altri 10 differenti settori. Il 73% di coloro che hanno risposto preferisce maggior flessibilità nel controllare come le proprie informazioni personali siano utilizzate.

“Il nostro studio rivela che le aspettative dei clienti stanno crescendo,” ha commentato Jeff Schmitz, Senior Vice President e Chief Marketing Officer di Zebra Technologies. “Mentre i retailer stanno affrontando le sfidanti aspettative dei clienti, dovrebbero anche preoccuparsi di fornire una esperienza di acquisto più fidata e personalizzata, che possa dare al cliente ciò che vuole, quando, dove e come lo vuole.”

Lo studio evidenzia anche un tema di aspettative divergenti tra retailer e responsabili di negozio sull’impatto dell’automazione. Quasi l’80% dei retailer – confrontato con il 49% dei responsabili di negozio – ritiene che lo staff responsabile dei punti cassa in negozio stia diventando sempre meno necessario a causa delle nuove tecnologie per il checkout automatico. Inoltre, più della metà dei retailer (il 52 %) stanno già convergendo sullo spazio point-of-sale (POS) per i check-out automatici ed il 62% lo stanno trasformando per consentire una rapida evasione degli ordini eseguiti online.

Più della metà dei consumatori intervistati (un 51% degli intervistati) sostiene di essere connesso in modo più efficiente rispetto agli addetti alle vendite.  Circa il 60% dei retailer sta pianificando una crescita della spesa di oltre il 6% per computer palmari, e più di un retailer su cinque (21%) ha in progetto di destinare il 10% di tale spesa in tablet robusti nei prossimi tre anni.

Guardando alle specificità geografiche, in Asia-Pacifico il 62% dei responsabili di negozio considera il proprio datore di lavoro in modo più positivo se dotato di un dispositivo mobile per le attività lavorative. Sulla stessa linea, quasi un responsabile di negozio su due (circa il 49%) sostiene che un dispositivo per il point-of-sale mobile (mPOS) consenta loro di svolgere un lavoro migliore.

In Europa e in Medio Oriente, invece, il 74% dei decision-maker nel retail afferma che la crescita dell’eCommerce stia generando maggiore interesse in soluzioni che aiutino a soddisfare le crescenti aspettative del cliente e una focalizzazione negli investimenti in soluzioni logistiche più avanzate.
Più dei tre quarti (76%) dei retailer si dice d’accordo sul fatto che la gestione dei resi degli ordini online sia una sfida molto impegnativa.

In America Latina c’è una situazione contraddittoria, perché sia i consumatori (59%) sia i responsabili di negozio (67%) credono che i primi abbiano un accesso alle informazioni migliore dei secondi, mentre il 99% degli IT decision-maker in ambito retail si dicono convinti dell’urgenza di adottare migliori soluzioni per la gestione degli inventari che possano assicurare più accuratezza.

Il Nord America, infine, solamente l’11% dei consumatori si fida ciecamente dei retailer per quanto riguarda la protezione dei propri dati personali, il dato più basso se comparato agli altri comparti inclusi in tale analisi, comprese la sanità, le istituzioni finanziarie e le aziende tecnologiche. Quasi 7 su 10 responsabili di negozio (68%) ha dichiarato che delle etichette elettroniche per gli scaffali avrebbero un impatto positivo sulla customer experience ed il 54% dei clienti intervistati si dice più propenso a leggerle.

I risulati qui riassunti sono quelli relativi ai  mesi di Ottobre e Novembre 2018.

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FASHION & ECOMMERCE: I BUDGET SI STANNO CONCENTRANDO SULL’ONLINE

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Oggi più che mai, i consumatori acquistano online. Per i 90 marchi internazionali di moda intervistati, il 20% del volume degli scambi commerciali è già online. Una quota destinata a crescere a 25% entro il 2020, e oltre, che spinge i budget del marketing a concentrarsi sempre di più sull’online. Questa è una delle evidenze dello studio “Dressed For Digital – The Next Evolution In Fashion Marketing” di Boston Consulting Group (BCG) e Zalando Marketing Services (ZMS), l’unità di marketing della piattaforma Zalando.

“Tra le aziende intervistate, la vendita al dettaglio online sta crescendo tre volte più velocemente rispetto al business tradizionale. Una tendenza che non mostra segni di rallentamento” afferma Jessica Distler, Partner & Managing Director di BCG ed esperta del settore moda.

Al momento le vendite sui canali online di proprietà delle aziende e sulle piattaforme si rivelano equilibrate, ma entro il 2020 l’ago della bilancia si sposterà a favore delle piattaforme. Le vendite nei marketplace online stanno crescendo significativamente, con un tasso annuo del 12%, mentre i negozi online di proprietà delle aziende crescono un terzo più lentamente. “In particolare, le aziende che sono già forti in eCommerce stanno sviluppando sempre più la loro presenza sulle piattaforme online, dove realizzano due terzi delle vendite online”, afferma il Dr. Andreas Antrup, Managing Director di Zalando Marketing Services.

Molte delle aziende intervistate stanno affrontando la sfida dell’eCommerce riallineando le strategie di marketing e spostando la quota principale del loro budget di marketing sui canali online. Con il 43%, la voce più importante del budget del marketing è quella relativa ai media. Di cui oltre il 60% è in media già speso online. “Queste strategie di marketing consistono principalmente di attività di social media a pagamento, search machine optimization e retail media per attività promozionali”, spiega Antrup. “La maggior parte delle aziende investe già in digital marketing, ma molto è il potenziale inutilizzato”, aggiunge Distler.

Il canale online offre ai marchi molte opportunità per la vendita al dettaglio: rispetto a quello tradizionale, infatti, offre un approccio al cliente ancora più personalizzato. Lo studio dimostra come strategie mature e personalizzate di marketing digitale possano aumentare le vendite del 15%. E nonostante il 76% delle aziende ne riconosca il potenziale, finora solo il 13% ha messo in atto strategie di personalizzazione attraverso e-mail, post sui social media e screen ad per i singoli clienti. “Per garantire la soddisfazione e la retention dei clienti”, conclude Distler, “i brand devono personalizzare al massimo la loro comunicazione, sfruttando tutti i canali”. .

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AttualitàDal Mondo

ZENITH ADVERTISING EXPENDITURE FORECAST: L’ECOMMERCE ADVERTISING PROSSIMO COMPARTO DA SFRUTTARE

E-commerce concept image

Nell’ultimo report Advertising Expenditure Forecasts pubblicato da Zenith, che analizza le previsioni sugli andamenti degli investimenti pubblicitari nel prossimo futuro, ampio spazio è dedicato all’eCommerce advertising, cioè a quelle pubblicità che sono posizionate a lato e all’interno dei risultati di ricerca o degli annunci di prodotto sui siti eCommerce.

Già molto diffuso in Cina, sta iniziando a muovere i primi passi a livello globale. I dati lo dimostrano: nel Celeste Impero lo share coperto dall’eCommerce advertising sul totale spesa pubblicitaria è cresciuto dallo 0.8% del 2009 al 18.2% stimato per il 2018, grazie soprattutto agli investimenti di aziende come Alibaba che stanno trasformando l’eCommerce in ricavi pubblicitari. Al di fuori della Cina, fino a poco tempo fa le piattaforme di eCommerce si sono focalizzate sulle vendite dirette a svantaggio dell’advertising; in questo momento però le cose stanno cambiando. Nel 2017 Amazon ha generato nel complesso quasi 5 miliardi di dollari in ricavi pubblicitari; nel terzo trimestre 2018 i suoi ricavi sono cresciuti del 122% anno su anno. Anche altre piattaforme di shopping stanno adottando la stessa strategia di investimento nelle proprie attività pubblicitarie.

L’eCommerce advertising mondiale ha raggiunto nel complesso i livelli in cui la Cina si trovava alla fine dello scorso decennio. Nel 2017 Amazon ha contato lo 0.8% della spesa globale; l’eCommerce advertising in Cina registrava la stessa quota nel 2009. A livello globale se l’eCommerce seguisse un percorso simile a quello avuto in Cina, entro il 2027 rappresenterebbe il 18% della spesa globale. Ciò corrisponde a un ricavo potenziale di oltre 100 miliardi di dollari nel mercato pubblicitario attuale, rappresentando una grandissima opportunità di guadagno per le piattaforme e, in generale, un nuovo modo per i brand di intercettare i consumatori nel momento dell’acquisto.

Si tratta di ricavi provenienti dai team commerciali piuttosto che dal marketing, nello specifico dai budget messi da parte per negoziare con i retailer. Per la pubblicità si tratta di ricavi aggiuntivi che andranno ad espandere il mercato senza rischio di cannibalizzazione.

“L’eCommerce advertising è pronto a trasformare il mercato pubblicitario proprio come la paid
search ha fatto nell’ultimo decennio”, ha commentato Jonathan Barnard, Head of Forecasting di Zenith e Director of Global Intelligence. “Si stima che nei prossimi 10 anni il settore potrebbe portare nel mercato oltre 100 miliardi di dollari addizionali”.

 

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